La lotta delle falene contro la Rivoluzione Industriale

La lotta delle falene contro la Rivoluzione Industriale
15:00 , 12 ottobre 2012 0
Pubblicato in: Blog

Il legame tra economia ed evoluzione della specie è lungo. Qualcuno potrebbe pensare che il darwinismo sociale, la legge della giungla e anche la fede in un progresso continuo e certo siano un debito forte che l’economia ha nei confronti della dottrina di Darwin, ma in realtà le cose sono un più complicate. Trasferire paradigmi da una disciplina a un’altra è sempre pericoloso (il rischio è poi quello di cercare di adattare la realtà alla teoria, e non viceversa) ma spesso è affascinante e offre spunti nuovi. Se vogliamo essere precisi, il debito iniziale tra le due discipline lo contrasse Darwin dopo aver letto Malthus e gli studi sulla crescita geometrica delle popolazioni. L’idea di Malthus era molto semplice e può essere riassunto dal giochino della ninfea:

una ninfea, dentro una piscina, raddoppia ogni giorno la propria superficie. Dopo un mese la ninfea ha ricoperto metà della piscina; quanto ci metterà a coprirla per intero?

La risposta è semplice: un solo giorno, perché il giorno dopo la ninfea avrà raddoppiato di nuovo la sua superficie e coprirà interamente la piscina. La preoccupazione di Malthus era proprio questa: che la popolazione potesse crescere a dismisura, fino a consumare tutte le risorse disponibili, dando origine a carestie ed epidemie, che avrebbero riportato la popolazione a livelli accettabili. Naturalmente la teoria di Malthus prende in considerazione una disponibilità illimitata di risorse: non tutte le popolazioni crescono esattamente in questo modo e, soprattutto, le risorse non sono quasi mai illimitate, se non per un breve periodo. Nel corso degli anni sono stati introdotti modelli più accurati, ma quella di Malthus è comunque una buona approssimazione nel breve periodo. La soluzione di Malthus era altrettanto semplice: controllo preventivo delle nascite. Non tutti dovrebbero aver il diritto a riprodursi, soprattutto se poveri. Il darwinismo ancora non esisteva, quindi l’opzione classista sembrava la più praticabile. Malthus ebbe tre figli.

Darwin applica il concetto di crescita geometrica a tutti gli organismi viventi e non soltanto alla popolazione umana. E dato che nuotano tutti nella stessa piscina (o in piscine comunque molto affollate), il problema delle risorse si pone spesso. Crescerà solo chi sarà in grado di accaparrarsi una quantità sufficiente di risorse. Gli altri moriranno per mancanza di cibo. Da qui nasce l’idea di “lotta per la sopravvivenza”. Questo concetto, che Darwin ha sempre enunciato con “sopravvivenza del più adatto”, è stato poi tradotto nella vulgata popolare, e in quella economica, come “sopravvivenza del più forte” o “sopravvivenza del migliore” introducendo un giudizio di qualità che nel termine originario non c’è. L’idea che è passata è che la natura, con la sua opera di selezione, lasci sopravvivere solo i migliori. A questo punto perché non applicarlo anche alle società umana: via i sostegni agli ultimi, che ognuno si arrangi come può, e quelli che sopravvivono daranno vita a una generazione migliore, perché i perdenti saranno stati eliminati.  E così nasce il darwinismo sociale.

Cerchiamo allora di capire che cosa si intende con “sopravvivenza del più adatto”, andando per gradi: per Darwin infatti sopravvivere non è sufficiente. Se un esemplare è più forte degli altri, o più robusto, o più veloce, o più furbo, in determinate condizioni potrà avere un vantaggio sugli altri; ma se non si riproduce non lascerà nessuna delle sue caratteristiche alla generazione successiva. La lotta quindi si svolge in due fasi. La prima è la lotta per la sopravvivenza, la seconda è la lotta per la riproduzione. Alla fine della partita, vince chi riesce a crescere il maggior numero di figli adulti e fecondi.  In questo passaggio non c’è nessun giudizio morale e l’unica cosa che il vincitore trasmette alla generazione successiva è il proprio patrimonio genetico. I meno adatti hanno perso, la vita o il diritto ad accoppiarsi, e di loro non resterà traccia in futuro. I figli dei vincitori, nella generazione futura avranno un vantaggio rispetto agli altri, saranno superiori di numero, riusciranno ad avere una prole più numerosa e pian piano i loro caratteri soppianteranno quegli degli altri. Il bello è che questi due tipi di selezione (che Darwin chiama “naturale” e “sessuale”) non vanno sempre nella stessa direzione: la coda del pavone, le corna del cervo, la criniera del leone, sono caratteri sessuali secondari che rivestono un ruolo importante nella selezione sessuale ma poco hanno a che vedere con la mera lotta per la sopravvivenza, anzi spesso costituiscono dei notevoli handicap. Il caso più chiaro è costituito dalle zanne degli elefanti.

Fino agli anni cinquanta del secolo scorso praticamente tutti gli elefanti africani avevano le zanne. Più grandi erano le zanne, più grandi erano le possibilità di accoppiarsi del maschio, e quindi di dare alla luce dei figli con zanne grandi. Era una mera questione di selezione sessuale, fin quando non è arrivato il bracconaggio e il commercio dell’avorio. Oggi circa un terzo degli elefanti non ha le zanne, che sono attraenti per le femmine ma anche per i bracconieri. Se nasci senza zanne magari sei uno sfigato, ma se alla fine sei l’unico elefante vivo rimasto, qualcuno con cui accoppiarti lo trovi anche te. In questo caso la selezione naturale e quella sessuale spingono in due direzioni diverse. Se la pressione della caccia resta la stessa, probabilmente fra un po’ avremo solo elefanti senza zanne, con buona pace delle femmine e dei bracconieri. E questo ci porta a una riflessione più profonda sul reale significato del termine “più adatto”: gli elefanti senza zanne sono migliori degli altri, o viceversa? L’idea che la natura perfezioni le sue creature con il passare del tempo è un retaggio del creazionismo. Vengono selezionati solo gli esemplari che riescono a sopravvivere e fare figli, e in questo non c’è nessun giudizio di merito: il merito è solo quello di essere sopravvissuti abbastanza a lungo per poter mettere al mondo degli eredi. Una popolazione di elefanti senza zanne in cosa sarà migliore della precedente? Probabilmente niente, ma sarà l’unico modo per sopravvivere. La natura non va in avanti secondo una qualche teleologia misteriosa. Anzi, a volte va avanti e indietro, senza curarsi delle nostre idee di perfezione, come ci racconta la storia delle falene della betulla.

Nel 1848 a Manchester si registrò la comparsa di una nuova varietà di falena della betulla, nera. Fino ad allora le falene erano state sempre di un colore grigio chiaro, perché la selezione naturale aveva operato in quella direzione: dovendosi camuffare sui tronchi delle betulle, il colore grigio chiaro era sicuramente il più adatto. Le eventuali variazioni di colore, penalizzate dai predatori che le individuavano più facilmente, non riuscivano a diffondersi. Poi venne la Rivoluzione Industriale. A fine secolo le falene scure costituivano l’intera popolazione. Contro gli alberi sporchi di fuliggine, le falene con le ali chiare ora spiccavano come specchietti per le allodole. Cambiano le condizioni, cambiano i sopravvissuti. Oggi la regolamentazione dei fumi è molto più rigida che nel secolo scorso e, indovinate un po’?, le falene scure sono passate dal 95% al 5%. E le betulle sono tornate del loro colore naturale. Se ci fosse un miglioramento costante nella selezione naturale, non sarebbe possibile tornare indietro.

E questo ci spiega anche perché le dottrine che si rifanno al darwinismo sociale non funzionano.  Nell’Italia di oggi, vista la precarietà del lavoro, la mancanza di asili nido, l’incertezza sul lavoro eccetera, non tutte le giovani coppie fertili riescono ad avere figli: alcuni rinunciano, altri non riescono a garantire loro un futuro adeguato, altri ci provano lo stesso e magari ci riescono anche. Alcuni partono avvantaggiati, perché magari hanno una famiglia alle spalle che può sostenerli economicamente, o perché semplicemente ci sono dei nonni che possono prendersi cura dei nipoti. Ma questo comporta un  qualche “miglioramento” della società? Ci saranno soltanto un maggior numero di figli di papà e di figli di nonni che dovranno confrontarsi con gli stessi problemi, perché nella generazione successiva non tutti potranno rimanere figli di papà e figli di nonni. Lasciare lo Stato fuori da questo problema non mi sembra una soluzione brillante: l’esempio degli asili nido è lampante e facile da condividere. Ma tutta questa nuova ansia di liberismo, questa fiducia che le cose andranno per il verso giusto perché le cose lasciate andare per conto proprio andranno inevitabilmente verso un progresso, non è forse la solita vecchia storia della natura che procede sempre per il meglio? Ma mettiamola giù ancora più difficile da digerire: il discorso sulla meritocrazia, non è anch’esso una strana forma di darwinismo sociale, se i criteri di merito non sono chiari e condivisi?

Immagine in evidenza: Black Country

Share
Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *