La crisi, la scuola, il DDT e le equazioni di Maxwell

La crisi, la scuola, il DDT e le equazioni di Maxwell
15:49 , 1 agosto 2012 0
Pubblicato in: Blog

Sprecare dei soldi potrebbe essere un modo per uscire dalla crisi? Potrebbe. Lo spunto viene da una discussione di Abraham Flexner con George Eastman sul concetto di “utile”. Eastman è stato uno dei più grandi industriali di fine Ottocento, fu colui che fondò la Kodak, inventò le pellicole trasparenti a rullo, i vecchi rullini, tanto per capirci. La pellicola permise il passaggio dalla fotografia al cinema e il formato 35 mm fu usato da tutta l’industria cinematografica fino all’avvento del digitale (ed è per questo che in fondo ai titoli di coda dei film c’era l’onnipresente logo Kodak). A inizio anno la Kodak ha dichiarato fallimento, ma su questo torneremo dopo.

Eastman aveva un vero e proprio intuito per le cose utili e concrete, e durante una chiacchierata con Flexner, gli rivelò di voler dedicare il suo patrimonio a temi utili. Insomma a qualcosa di pratico, come le macchine fotografiche che aveva inventato decenni prima e resero accessibile la fotografia a tutti. Abraham Flexner era un educatore, e quando sentì la parola utile pose a Eastman la seguente domanda: Chi è stato, secondo te, lo scienziato più utile? Eastman rispose senza un attimo di esitazione che era Marconi: la radio era per quegli anni l’equivalente della tv negli anni ottanta, di internet a inizio secolo o di facebook oggi.
Flexner aveva un’idea diversa: Marconi era inevitabile e il suo ruolo nella scoperta della radio e della comunicazione a distanza era quasi nullo. Per Flexner il vero merito andava attribuito a Maxwell, padre delle famose equazioni che descrivono il comportamento del campo elettromagnetico. Senza quelle equazioni non sarebbe stato possibile nessun progresso tecnologico in quella direzione e Marconi si sarebbe occupato d’altro. E naturalmente le equazioni di Maxwell non sarebbero state possibili senza il lavoro di Faraday sulla corrente, ma Flexner non ne faceva una semplice questione di priorità: in realtà, quando Maxwell propose le sue equazioni, queste aprivano molti più problemi di quanti ne risolvessero. Il punto è che, secondo Flexner, Maxwell nei suoi studi non era guidato da obiettivi pratici, ma da curiosità e voglia di sapere. Forse per questo oltre che di elettromagnetismo di occupò anche di altre materie scientifiche e, per gli strani casi della vita è accomunato ad Eastman, oltre che dalla discussione citata da un’altra singolare circostanza: Maxwell fu il primo ad ottenere una riproduzione fotografica a colori attraverso la scomposizione della luce nelle tre componenti blu, rosso e verde: il sistema che usano i monitor oggi e che permise alla Kodak di produrre le prime pellicole a colori per diapositive nel 1935. Ma per quella data George Eastman era già morto suicida.

Il ragionamento di Flexner parte da una considerazione semplice: spesso le scoperte più interessanti non arrivano da dove uno se le aspetta. E’ molto complicato, secondo Flexner, essere creativi e innovativi se si è perennemente ossessionati dal risultato. Perché questo ci impedisce di curiosare, di sperimentare, di fare errori. Flexner, da educatore, non ce l’aveva con gli istituti che si occupavano di ingegneria o di fisica applicata, ma con un sistema educativo, quello americano di inizio novecento, che si preoccupava esclusivamente di trasferire nozioni agli studenti, senza curarsi di lasciar loro tempo per pensare. Per lui la possibilità di sperimentare (e di fare errori) era fondamentale, perché di solito sono questi che ci aprono nuove strade. Non era per la follia tout-court, ma si accorgeva già allora che cercare di rimuovere completamente questa componente da un percorso di studi e di ricerca rischiava di renderlo più sterile. Probabilmente quello che è successo alla Kodak, che si è trovata impreparata all’arrivo del digitale. O forse no, ma non è questo lo spazio per fare un processo alla Kodak. Insistere su una sola strada ci può dare buoni risultati a breve termine, ma rischia di farci perdere di vista il contesto generale e, quando la strada finisce, non sappiamo più dove andare. Per questo per la creatività è molto importante concedersi il lusso di perdere tempo. Non si tratta solo di perdere tempo, ma di curiosare. E questa curiosità magari non ci porterà da nessuna parte (perché altrimenti saremmo da capo a dodici, non si può essere dei “curiosi finalizzati”). Magari non ci porterà da nessuna parte la maggior parte delle volte, ma è la sola che ci può indicare una strada non ancora percorsa. Sarebbe stupido affidarsi totalmente ad essa, ma lo è altrettanto rifiutarla completamente.

La cosa strabiliante è che il nostro DNA (e di tutte le altre creature viventi) funziona esattamente nello stesso modo: è grazie al meccanismo dell’errore che l’evoluzione è possibile. Ogni volta che il DNA viene duplicato, la copia non è perfettamente identica all’originale. Ci sono dei piccoli errori di copiatura, sparsi qua e là in maniera casaule. Non hanno nessun obiettivo particolare, sono dei veri e propri errori di copiatura, gli stessi che probabilmente faremmo noi se dovessimo copiare a mano un’intera biblioteca (nel DNA umano ci sono circa tre miliardi di nucleotidi, l’equivalente dei “caratteri” di un libro). Che succede quando si verificano questi errori? Spesso non succede proprio niente. La maggior parte del DNA umano non codifica niente, sta lì a occupare spazio (per quanto ne sappiamo adesso) e quindi un errore si verifica lì, non succede niente. Le cose cambiano quando la variazione si verifica all’interno dei geni (quella parte del DNA che codifica le proteine, responsabili dello “sviluppo e funzionamento” di un essere umano). Anche in questo caso, spesso non succede proprio un bel niente, perché alcune proteine sono codificate anche da “codici diversi”. In altri casi invece danno origini a mutazioni negative, che sono controproducenti per l’organismo e posso anche portarlo alla morte. Possiamo quindi dire che nella maggior parte dei casi questi errori sono dei veri e propri errori che non portano da nessuna parte, se non a un peggioramento della condizione esistente.
I pochi casi rimanenti non sono di per sé positivi. Sono una serie di strade alternative che sul momento non danno nessun vantaggio all’organismo. E’ solo quando si verifica un cambiamento nell’ambiente esterno che possono diventare vantaggiose e diffondersi nelle generazioni successive. La storia del DDT è esemplificativa di questo meccanismo, la racconta molto chiaramente Steve Jones nel suo libro “Quasi come una balena“:

La resistenza agli insetticidi, ormai diffusissima, inizio solo un paio d’anni dopo l’introduzione del DDT. La breve tregua prima che gli infestanti riuscissero a contrattaccare fu dovuta al tempo necessario per elaborare le mutazioni occorrenti affinché la selezione potesse fare il proprio lavoro. Non appena ne comparve una, si diffuse immediatamente, dimostrando che di fatto l’evoluzione era limitata dalla sua assenza. Una mosca sviluppo un’improvvisa resistenza a un elemento chimico, e tutti i suoi miliardi di spavaldi esemplari, dal Pakistan alla California, sono portatori dello stesso cambiamento genetico, attorno al quale si trova lo stesso tratto di DNA. Ogni copia deve discendere dallo stesso errore all’interno di un unico esemplare, una mutazione colta al volo dall’evoluzione.

E probabimente quella stessa mutazione era già comparsa altre volte nei miliardi di generazioni precedenti della storia evolutiva della mosca ma, non costituendo in quel momento nessun vantaggio, non si diffuse in nessun modo. E’ anche possibile che, per puro caso, esistessero già delle mosche resistenti a quel particolare agente chimico, una caratteristica diffusa solo una piccola parte dell’intera popolazione mondiale. L’uso massiccio del DDT non ha fatto altro che uccidere tutte le altre mosche (quelle non resistenti) e lasciare così campo libero per la riproduzione alle prime, che in due anni hanno sostituito l’intera popolazione. La natura sembra aver trovato anche un equilibrio nella produzione di errori: un meccanismo di copiatura più attento avrebbe reso gli essere viventi troppo stabili, incapaci di reagire all’ambiente; un tasso di variazione più alto avrebbe reso troppo instabile questo processo (se le mutazioni sono tante, è più probabile che ce ne sia anche una negativa che cancelli i possibili vantaggi). Probabilmente agli albori della vita differenti erano presenti tassi di varazione diversi, ma a lungo andare questo meccanismo è quello che si è rivelato migliore e ha soppiantato tutti gli altri. Tutta la vita che conosciamo oggi si basa sulla copiatura con errori del DNA.

E ora veniamo alla crisi: possiamo considerarla come un cambiamento dell’ambiente esterno per un Paese. Un Paese che ha investito tutto il suo patrimonio in un unico modello di sviluppo, in un solo settore industriale, è come una popolazione di mosche che non ha sviluppato nessuna resistenza al DDT. Ha trovato un filone aurifero e lo sta sfruttando fino alla fine, senza preoccuparsi di quello che ci sarà dopo. E un dopo ci sarà, ma non è detto che ricomprenda quel Paese (o alle stesse condizioni di prima). Un Paese che invece ha deciso di “sprecare” una parte delle proprie risorse in attività meno immediate, come la ricerca o una solida formazione delle generazioni successive, può sperare di scoprire all’interno della sua popolazione le risorse necessarie a tracciare una nuova rotta. Perché a differenza della natura, la società ha anche la possibilità di intervenire sulle variazioni che compaiono al suo interno, di castrarle, di incentivarle e di valorizzarle.
Sarebbe stato meglio farlo prima, ma in tempi di crisi continuare a tagliare scuola, università e ricerca o pensare di finalizzare questi campi sempre di più al mondo lavorativo e imprenditoriale, equivale a castrare le uniche possibilità che ci sono di trovare soluzioni altre. In realtà non sono le uniche, perché lo stesso discorso si potrebbe fare per l’arte e la cultura, per la diversità umana e le relazioni sociali, per altri modelli economici, dal reddito minimo di sussistenza (una versione ampliata del reddito minimo garantito) alle economie del dono. Mantenere alta la diversità, umana e culturale, dovrebbe essere la principale preoccupazione di ogni Paese che ha a cuore il proprio futuro. E dentro ci vanno a finire un sacco di cose politiche: dai matrimoni gay, al diritto di cittadinanza, alla ricerca, a come trattiamo gli emarginati, i malati, i bambini, i disabili, le donne e tutti gli altri soggetti che oggi rischiano di finire in fondo alla scala dell’utilità sociale, a come giudichiamo chi è diverso, alla libertà di scelta (sulla propria vita e sulla propria morte), al conformismo. Sembra quasi un programma di sinistra, sicuramente è uno dei modi per cercare la soluzione che ancora non c’è (il famoso quarto punto di cui parlavo nell’altro post). Molte di queste strade forse non porteranno da nessuna parte, ma un vecchio proverbio tedesco recita: che senso ha correre se sei sulla strada sbagliata? Forse è il caso di fermarsi e darsi un’occhiata in giro.

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