DIAZ e la bottiglietta vuota

DIAZ e la bottiglietta vuota
01:50 , 31 maggio 2012 0
Pubblicato in: Blog

Oggi alla festa di SEL a Caracalla proiettavano DIAZ, di Daniele Vicari, e finalmente sono riuscito a vedermelo. Era importante che uscisse un film sulla DIAZ, e il coraggio e l’impegno di Vicari gli vanno riconosciuti. Era importante anche che uscisse un bel film sulla DIAZ, e questo non è accaduto. DIAZ è la dimostrazione, secondo me, che non si possono fare film del genere in maniera politicamente corretta. Vicari dice che nel film ci sono solo fatti, nessuna opinione. Non lo voleva “condizionato dalle idee politiche di chi lo racconta”. E allora, forse, avrebbe fatto meglio a girare un documentario. Un film non mostra e basta, ma racconta. E Diaz racconta poco o nulla. Sempre aderente ai fatti, sempre attento a non esprimere giudizi troppo negativi, di tutta quella violenza non se ne capisce il perché. Non dico i mandanti, ma neanche la genesi, neanche i sentimenti di chi quella violenza l’ha esercitata in maniera così spietata.

L’unica cosa che capisco dal film è che ci sono anche i poliziotti buoni, così buoni che addirittura si lavano le mani dopo aver pisciato; così buoni che suggeriscono di usare i lacrimogeni invece di fare irruzione e massacrare tutti (ma poi entrano e li massacrano); così buoni che portano le finte molotov dentro la scuola ma poi se ne pentono; così buoni che immagino non sappiano neanche leggere, perché altrimenti dubito che avrebbero massacrato i giornalisti che esibivano i cartellini con su scritto “STAMPA”. Tutti i poliziotti che hanno un volto in fondo sono buoni, si vede che sono pieni di dubbi. La violenza non ha mai una faccia, un protagonista (solofiguranti).

E allora viene da pensare che la sintesi del film sia veramente nella frase che dice l’agente di polizia davanti al massacro: “tutto questo per una bottiglietta vuota?” (L’ho vista fracassarsi così tante volte che a un certo punto ho iniziato a pensarlo anch’io). Vicari suggerisce in realtà un’altra via di fuga, anch’essa facile e rassicurante, per bocca di due francesi che dovrebbero rappresentare gli esponenti del blocco nero (anche questo molto poco blocco e molto poco nero): “stavano cercando noi.” Niente sulla politica o sulla catena di comando che ha portato alla “macelleria messicana” di quella notte. Io avrei preferito un film sui poliziotti cattivi, e su quelli che hanno fatto in modo che diventassero cattivi, fomentando un clima di odio e di allarme da mesi prima di Genova. Perché le idee vengono fuori anche dai fatti che si sceglie di raccontare. E l’unica idea che viene fuori dal film è la voglia di non scontentare nessuno.

E adesso ditemi come fa un film sulla violenza a essere violento e sconcertante e scomodo e destabilizzante se tutti i protagonisti del film sono buoni.  E la storia della violenza senza volto andatela a raccontare a quelli che sono stati picchiati a Genova.

P.S.
Ma perché in ogni film italiano di “un certo livello” prima o poi deve spuntare fuori una donna nuda? E’ questa l’idea che il cinema italiano si è fatta del concetto di scomodo, sopra le righe, eccetera?

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