Cose che noi umani…

Cose che noi umani...
11:35 , 29 luglio 2012 0
Pubblicato in: Blog

…ovvero: piccola roadmap del tutto personale, ironica e apodittica, con quattro punti e una premessa, per la ricostruzione di una sinistra. Di governo. E di sinistra.

Premessa: La crisi, lo spread, il governo Monti, il ritorno di Mr B, Sara Tommasi, la trattativa Stato-Mafia, Scilipoti, l’articolo 18, il signoraggio bancario, il debito pubblico, il contratto di Pomigliano, l’UDC, gli eurobond, la sentenza sulla Diaz, la spending review, le banche, la legge elettorale, Gianfranco Fini, si stava meglio quando si stava peggio, D’Alema, Casapound, la magistratura, il Ponte sullo Stretto, Grillo, il calcioscommesse, Giovanardi, il problema delle alleanze, Napolitano, le primarie, la parata militare del 2 giugno, la casta, i privilegi dei parlamentari, la casta, le autoblu, la casta, la casta. Tutte cose sacrosante (a parte qualcuna), di cui è giustissimo parlare e di cui vorrei che si parlasse un po’ meno, perché mi piacerebbe che la Sinistra (sinistra?) ricominciasse anche a parlare di altre due cose fondamentali: la vita e il futuro delle persone.

Punto primo: L’economia è importante però.
Il sistema capitalista e ultraliberista non ha affatto i giorni contati. Se nessuno farà niente la crisi, in un modo o nell’altro, finirà e comincerà un nuovo ciclo, capitalista e ultraliberista. Ci sono un sacco di proposte alternative e affascinanti (la descrescita, l’equilibrio zero, eccetera) ma il punto è che questo sistema, quello capitalista e ultraliberista, è molto performativo, forse il più performativo che esista, se lo guardiamo da un punto di vista solamente economico; e finché continueremo ad attaccarlo sul piano economico non faremo altro che riconfermare la sua performatività. Quindi il punto primo è: per cambiare l’economia bisogna smettere di parlare di economia. E’ solo parlando d’altro, di diritti, di beni comuni, di relazioni, di qualità della vita, che abbiamo la speranza di ricondurre la sfera economica al suo ruolo, e condizionarla a interessi generali diversi.

Punto secondo: ridiventare progressisti.
La sinistra era sinistra perché per molti anni ha avuto il coraggio di chiedere diritti che non esistevano ancora. Da troppo tempo la battaglia della sinistra è uian battaglia sulla difensiva, destinata a cercare di salvaguardare, con fatica e successive concessioni, il patrimonio di diritti guadagnato faticosamente in un secolo e passa di lotte e rivendicazioni. Dobbiamo ritrovare il coraggio di chiedere quello che ancora non c’è, ampliare il bagaglio dei nostri desideri. Perché va benissimo difendere l’articolo 18, ma siamo davvero così sicuri che il lavoro sia così necessario? Quanti altri secoli di etica calvinista ci aspettano, prima di poter solamente pensare di mettere in discussione questo principio?

Punto terzo: ridiventare partiti per smettere di essere partitocratici.
Perché vanno bene i movimenti, va bene il partito leggero, fluido, liquido, ma fin quando non emerge una forma di auto-organizzazione convincente, mi sembra che gli unici che si avvantaggino di forme indefinite in cui non si sa chi sta dentro e chi sta fuori, cosa si fa e soprattuto perché si fa, siano le nomenclature di partito. Ridiventare partito significa radicarsi sul territorio, significa ristabilire dei meccanismi chiari e democratici per prendere le decisioni interne al partito, e dei meccanismi chiari e democratici per raccogliere contributi dall’esterno. Perché “la gente” non è un soggetto politico. Perché il modo migliore per coinvolgere la gente è stare in mezzo alla gente e ascoltarla, non gridare  più forte degli altri quello che vuole la gente. Altrimenti sciogliamo i partiti e votiamo direttamente “la gente”; e non è detto che qualcuno non ci stia provando (e prometto che prima poi qualcosa di serio su questa cosa dell’auto-organizzazione la scrivo).

Punto quarto: il punto quarto ancora non c’è.
Dobbiamo smettere di pensare che le soluzioni vengano dal passato e che questa sia la volta buona per metterle in atto, che il sistema fallisce e finalmente arrivi il nostro turno. Se delle soluzioni sono state pensate in passato, e non hanno funzionato, significa che da qualche parte c’era un errore che ancora non abbiamo capito o che non abbiamo il coraggio di ammettere. Che non vuol dire rinnegare la storia, ma ricominciare a credere che il futuro sia dalla nostra parte, perché è solo lì che troveremo le soluzioni che ancora non abbiamo pensato.

Insomma, dobbiamo cominciare a pensare cose che noi umani non abbiamo ancora immaginato.
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Immagine in evidenza: credits

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