Aiutate i surfisti poveri

Aiutate i surfisti poveri
09:26 , 5 giugno 2012 0
Pubblicato in: Blog

Oggi provo a prendere due idee apparentemente così di destra che in Italia probabilmente si rifiuterebbe di pronunciarle perfino l’esponente più neoliberista di questo governo o del precedente. E vediamo se combinandole insieme esce fuori qualcosa di sinistra. E possibile? E soprattutto, che c’entrano i surfisti poveri? Iniziamo dalle due idee:

1)      Abolire tutte le tasse esistenti ed inserire una sola tassa, non progressiva, ma con un’aliquota fissa e indiscriminata per tutti;

2)      Istituire un reddito minimo di base da elargire, anche in questo caso, a tutti (poveri e ricchi) senza nessuna differenza.

Sembrano due idee profondamente ingiuste e, devo ammetterlo, non sono stato io a trovare un modo geniale per farle diventare qualcos’altro ma due personaggi particolari: il primo è Simon Thorpe, e non si occupa di Economia ma di Neuroscienze computazionali; il secondo è Philippe Van Parijs, filosofo ed economista, docente universitario all’Università di Louvaine (Belgio). E’ stato per molto tempo vicino alla scuola del marxismo analitico, ma sempre in maniera ortodosso.

Thorpe parte da una considerazione così semplice da risultare banale: il volume economico delle transazioni finanziarie del pianeta è pari a mille volte il gettito fiscale mondiale; quindi basterebbe introdurre una singola tassa dell’uno per mille sulle transazioni finanziare e potremmo liberarci di IVA, IRPEF, IMU, accise sulla benzina. Qualcosa di molto simile alla Tobin Tax, anche se la filosofia della Tobin aveva finalità completamente opposte. Un pensionato che guadagna mille euro al mese finirebbe per pagare una quindicina di euro l’anno di tasse; pagherebbe esattamente la stessa aliquota dei grandi industriali ma, chissà perché, ho l’idea che tutti i pensionati accetterebbero la proposta entusiasti. E’ vero, sulla prima idea ho un po’ barato, ma non poi così tanto: l’aliquota è veramente fissa, ma prende di mira i capitali finanziari invece che le persone. Con una tassa del 5 per mille avremmo un surplus di quattro gettiti fiscali mondiali da spendere nei progetti più disparati. Che cosa farci con tutti questi soldi in più?

Qui entra in gioco l’idea di Van Parijs (ma anche in questa c’è lo zampino di James Tobin); Van Parijs ha iniziato a occuparsi del reddito universale già dagli anni Ottanta (giusto per farvi capire quanto sono nuove queste idee: sono in giro da trent’anni e a malapena ce ne siamo accorti). Qui non c’è nessun bluff, neanche parziale, l’idea è proprio di stabilire un reddito minimo, di base, ed elargirlo a tutti senza distinzioni: ai disoccupati, a chi è sotto la soglia di povertà e ai miliardari. Perché usare i soldi in maniera così palesemente ingiusta? Perché secondo Van Parijs è il modo migliore per aiutare chi sta peggio:

In un sistema di assistenza solo indirizzata ai poveri, molti di questi non si potrebbero permettere la perdita dell’assistenza unita all’incertezza associata ad un tipo di lavoro, spesso mal pagato e saltuario, a cui potrebbero inizialmente avere accesso. Un reddito di base pagato sia ai ricchi sia ai poveri evita questo difetto cruciale. Allo stesso tempo, risparmia dalla stigmatizzazione connessa all’accertamento della povertà, e quindi assicurerebbe un tasso di reclamo più alto da parte di quelli che ne hanno diritto. Comporterebbe anche un costo amministrativo minore.

E ancora:

il sussidio è lo strumento con cui rendere più facile la circolazione e la mobilità tra le sfere del lavoro, della formazione e della famiglia. Quando si ha a disposizione un sussidio generale, individuale, incondizionato, diventa più facile a un certo punto della propria vita decidere di rallentare, o interrompere per un dato periodo il proprio percorso lavorativo, consacrandosi meglio ai propri figli, dunque alla creazione del capitale umano delle generazioni future. Oppure decidere di approfondire la propria formazione, adattandosi più facilmente alle strutture sempre mutevoli del mercato del lavoro. In questo modo si potrebbe lavorare più a lungo, e, avendo ricevuto una formazione complementare più avanzata nel lavoro, potremmo cambiare più facilmente professione.

Una soluzione che va nella direzione completamente opposta rispetto all’idea del sussidio e che richiede un cambiamento culturale forte, una rivisitazione completa dell’equazione reddito-lavoro: se lavori, hai diritto a guadagnare dei soldi, se non lavori (o non sei disposto a farlo), non hai diritto a nessun tipo di aiuto. Van Parijs lo paragona alla relazione etica sesso-procreazione:  in tutte le società in cui i tassi di mortalità infantile sono alti, per garantire un alto tasso di riproduzione, si è sempre cercato di stabilire un legame etico tra la soddisfazione sessuale e la procreazione. Se fai figli (o sei disposto a farli), hai diritto a fare sesso, altrimenti ciccia. Vi ricorda qualcosa?

Il titolo del post fa riferimento a questa visione classica, usata da Rawls come contro-argomento in un dibattito con Van Parijs nel lontano ’91: la sua sensazione era “che quelli che scelgono di passare l’intera giornata facendo surf nella baia di Malibu non dovrebbero essere assistiti a spese del resto della società”. E’ un cambiamento culturale difficile da accettare ma oggi la vediamo così: se hai la fortuna di nascere in una famiglia ricca, e vuoi passare la vita a fare surf, sei un eccentrico. Se sei nato in una famiglia povera, e vuoi passare la vita a fare surf, sei un parassita. (Van Parijs ne parla più dettagliatamente qui e qui)

Io non ho competenze economiche così profonde da poter valutare quali possano essere gli effetti secondari dell’introduzione di queste due idee nella vita reale: magari ci sarebbe un crollo delle transazioni finanziarie, oppure nessuno andrebbe più a lavorare nei campi e i pomodori finirebbero per costare quindici euro al chilo. Quello che mi interessa di queste idee è che guardano il mondo con occhi nuovi. Sono stanco di discutere di articolo 18, di accise, di precarietà, insomma di cercare piccoli e inutili aggiustamenti a un mondo che non sembra proprio andare per il verso giusto. O di attaccarmi disperatamente a idee vecchie di un secolo che non sono riuscite a promuovere il cambiamento che auspicavano. Forse è tempo di guardare il mondo con occhi nuovi e, chissà, magari a quel punto ci verrà in mente anche una soluzione diversa.

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